Partitura finita (4 giorni prima delle prove). Due giorni di prove fatti. Riprenderemo la settimana prossima, tirata finale verso la prima. Bene, anche se i primi due giorni di prove sono stati per forza uno scoprire i problemi, specie in un progetto così complesso ed atipico. A parte le reazioni positive degli strumentisti, ben poche soddisfazioni musicali. Come previsto, ma rimane non facile per il compositore, perché tutto suona di merda, o quasi. Si sa che la prima prova è così, che migliorerà, che non è immagine veritiera del futuro risultato, ma ci vuole comunque una grande energia per non deprimersi.Miranda è svedese e non lo sembra. Occhi scuri da cerbiatto, grandi tondi e lucidi, frangetta goth castano scuro, piercings e tatuaggi discreti qui e là. Di media statura, il corpo sottile svelto di femmina ma non di madre, l’abbigliamento di una venticinquenne che balla il tango nuovo. Nude le braccia, la vita e le gambe sotto i ginocchi, belle caviglie e piedi agili su tacchi alti. Il tutto è portato con semplicità naturale, priva di atteggiamento, sorprendentemente lontano dalla allure fighetta che la stessa tenuta irradierebbe indossata dalla venticinquenne parigina media. (La quale non è solare ma congelata, e sembra dichiarare ad ogni passettino che ce l’ha solo lei e tu non l’avrai, e in verità lei non ce l’ha e io non la voglio.)
Mi riconosce da lontano, illuminandosi in un modo che mi sorprende. Io non sono certo, poi sì, la riconosco anch’io: ballammo con piacere più di un anno fa in alcune serate alla Cité Universitaire.
Attacco in francese: fa piacere vederti, come stai, non ricordo il tuo nome. Passo subito all’inglese perché, scemo, lei non parla francese. Mi risponde vivace e sorridente.
“Ciao! Sono appena arrivata! Starò qui tutta l’estate! Sono venuta a trovare il mio ragazzo, lui vive qui a Paris”.
Il suo ragazzo è anche lui svedese e moro, li vedo poi ballare insieme un tango nuovo, svagato ma sincero. Altrimenti se ne stanno appartati, lontani dalla pista, in un angolo. Si accarezzano, si baciano, sono affettuosi e sensuali tra loro, evidentemente non si vedono da un po’ e si godono il ritrovarsi.
A metà serata la musica mi pare giusta, la cerco e trovo il suo sguardo che mi chiama. Ci incontriamo nella pista alta del Retrò, quella bianca, quella più fredda.
Senza una parola, sorridenti chiudiamo l’abbraccio su una delle più belle tande che io ricordi.
Non me lo aspettavo. Non così intenso. Ritrovarsi in un’onda che stordisce, ed accorgersene solo dopo un po’. Non ricordo quasi nulla di preciso, non ci sono dettagli, non saprei dire nemmeno che musica fosse (dei tanghi piuttosto veloci o forse dei vals). Mi restano piccoli bagliori di bizzarrie insolite, nèi che rendono eterno un viso perfetto. Il suo braccio destro che tende a stendersi quasi totalmente. Il suo ocho in avanti alla mia sinistra un poco troppo lungo rispetto alla guida. La mia testa piegata avanti a toccare la sua.
E so che sono tutti segni dell’assoluta fisicità di quella tanda, totale, compatta ma fisiologicamente spinta agli eccessi nella sua dinamica naturalezza.
Che parole usare?
È una fisicità sensuale, ma profonda, antica. Che sembra farsi simbolo, momento sacro, ponte tra qui/ora e un oltre. Qui non ci sono più il musicista pelato italiano e la studentessa mora svedese. C’è l’apparizione di una forma grazie a due energie complementari che esistono perché in relazione.
Il darsi reciproco è abnorme. Potrei pensare che il darsi di lei in modo così assoluto sia frutto della libertà tutta nordica nel vivere la fisicità, ma l’ipotesi è ingenua, c’è dell’altro.
Qualcosa di disperato, di ultimo. È come se stessimo ballando gli ultimi quattro tanghi della nostra vita, senza saperlo ma sentendolo.
Ahi, le parole…
“J’adore danser avec toi” mi esce sottovoce alla fine della tanda, involontariamente. Frase poverella ed inesatta, a ben vedere. Come se fosse una consuetudine ballare con lei, il che non è. Ma sono le sole parole possibili, forse, che rotolano fuori come un torsolo di mela caduto dalla tavola dopo il prelibato banchetto.
“Me too” risponde lei, lasciando intatto il sorriso lucido dei suoi occhi.
Con le parole si torna nello scorrere del tempo.
Miranda mi guardò, poi tornò dal suo uomo nell’angolo nascosto, ad amoreggiare. A serata inoltrata non li vidi più. Mi piace pensare che fecero bene il loro amore, nella stessa onda di sensi che ospitò la nostra tanda.
(Ciò avvenne, solo pochi giorni dopo, qui:)


Posto qui di notte, per propiziare la scrittura di domani.
Mi mancherai.
Tu continua a vegliare, mi raccomando.