ora che sono in italia da un po' mi mancano alcune cose semplici che rendono felice la mia vita parigina.
anzitutto, i cieli del palacio:





poi, le serate col cicci analizzando video di puking o progettando performance di kabukke a orly e spettacoli con oliviero diliberto e ictus su un palco di letame. il muco di bela bortolucci sulla mia camicia dopo che si è tangato stretti e le teorie sulla vecchia partita che mi crede il suo partito pinciavecie. le certezze dello strusciapanche: tutti i preti sono froci e tutti i giapponesi a parigi sono busoni. schizzarsi di olio bollente mangiando grasso di oca morta sul set di brazil. ruttare con risika alle tre al ritorno dal retrò. ingolfarsi di pesce morto crudo e alghe morte fredde da sciosai e poi un cubo di crèp con nutella dal greco ciarliero per digerire mentre si va fino a nasiòn ignorando la penè grazie a bernd alois zucchero.
la mitica lezione del venerdì con sol, il sabato alla fnac, la domenica all'opus.
Milonga strana, per me, non va. Non sento di ballare bene, mi sento vulnerabile, insicuro. Anche con danzatrici con cui di solito i tanghi sono silenziosi, densi ed emozionanti, non va. Sbaglio e mi scuso, non entro.
Mi butto giù. Mi prende la fretta di dover ballare bene, di dover riscattare la serata. Fretta che mi peggiora lo scuro, perché intorbida l'ascolto e solleva il respiro dal ventre alle spalle. Mi sento brutto e incapace.
Alla fine di un'altra tanda malriuscita, mi dico: stasera è andata così, basta, mi fermo. So che capita e rinuncio a volere. Mi rifugio nel piacere di guardare gli altri ballare, dietro un velo amico di solitudine.
Manca un quarto d'ora alla chiusura. Mi ritorna per caso lo sguardo su una donna, è sola appoggiata al bar. L'avevo notata prima, è una bella donna sui quaranta, alta, mora coi capelli corti e gli occhiali. Non ricordo di averla vista ballare, ha l'aria timida ma penso sia una brava. Ora il suo sguardo passa sul mio. Non so bene da dove parta l'impulso ma, quasi al di là della mia volontà, in modo inequivocabile, le faccio un cenno col capo. Risponde: 'sì', molto timido ma chiarissimo.
Vado verso di lei e ci troviamo in pista. Col piacere che provo sempre nell'invitare all'abbraccio una donna alta la accolgo con semplice lenta sacra delicatezza. Sto fermo. Respiro. Mentre espiro, un passo avanti. È l'istante in cui chi guida una partner sconosciuta aguzza l'ascolto per intuire quale sarà lo spazio in cui dialogare insieme. Capisco subito che non balla da più di qualche mese, non me l'aspettavo, ma sento che c'è tutta, accetta il mio abbraccio vicino, milonguero. Io entro, sprofondo intero in un tango calmo, leggero ma terreno. Le lascio il tempo di rispondere alle mie proposte, mi godo la sua presenza, abito la musica. Lei è emozionata e sento il suo sforzo per mettere da parte le insicurezze. Io è come mi sentissi fortunato a poter ballare con lei. Ripago con una cura intensa che esprime la mia gioia. Non ci diciamo nulla, non ci scusiamo mai, le imperfezioni le dimentichiamo all'istante, tangando. La tanda finisce dopo due soli tanghi, gli ultimi della serata. Ci salutiamo con un sorriso, così grati.
Esco dall'Opus Café pensando che è stata una serata bellissima.
[PS. Mi è stato difficilissimo cercare di essere 'oggettivo' nel raccontare la realtà di un mio tango. Ma cos'è la realtà di un tango? Il suo accadere? Il suo ricordo? La rete di emozioni che circonda l'accadere e il ricordo?]