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sabato, 25 novembre 2006

Padri del deserto

Erano cosiddetti quei monaci, eremiti, anacoreti che attorno al IV sec dC abbandonarono le città per vivere in solitudine nei deserti d'Egitto, Siria e Palestina. Ci restano di loro numerosi detti, folgoranti, magici, simil-zen o comicommoventi che continuano a parlarmi misteriosamente.
È stata dura limitarmi alla piccola selezione che segue.

L’abate Giuseppe domandò all’abate Pastor: “Dimmi, come si fa per diventare monaco?”. L’anziano gli rispose: “Se vuoi trovare riposo in questo mondo e nell’altro, in ogni occasione poni a te stesso questa domanda: ‘Chi sono io?’. E non giudicare nessuno”.

L’abate Pastor disse: “Principio dei mali è la disattenzione”.

Disse un anziano: “Compito del monaco è veder giungere fin da lontano i propri pensieri”.

“A ogni pensiero che ti sopravviene”, dicevano i vecchi, “tu domanda: ‘Sei dei nostri o vieni dal nemico?’. E non potrà non confessartelo”.

Un anziano disse: “Se sei orgoglioso, sei il diavolo. Se sei triste, sei suo figlio. E se ti preoccupi di mille cose, sei il suo servitore senza riposo”.

Un anziano diceva: “Non mangiare finché tu non abbia fame; non coricarti finché tu non abbia sonno e non parlare se non sei interrogato”

Un anziano disse: “Devi o fuggire completamente gli uomini, o burlarti del mondo e degli uomini nel mondo; e in molti casi fare il matto”.

Un anziano diceva: “Se vedi qualcuno cadere nell’acqua e lo puoi soccorrere, tendigli il bastone e tiralo a te. Ma se non puoi tirarlo, lasciagli in mano il bastone. Ché se gli dai la mano e non puoi tirarlo, sarà lui a trascinarti a fondo con sé e morrete entrambi”.

Un altro anziano venne da un padre. Costui fece cuocere un po’ di lenticchie. “Recitiamo un breve Uffizio”, disse, “poi mangeremo”. Uno dei due disse tutto il salterio, e l’altro recitò a memoria e nell’ordine delle letture due dei grandi profeti. Al mattino, il visitatore partì; avevano dimenticato di mangiare.

Un anacoreta viveva nel Basso Egitto. Era molto celebre, essendo il solo nel monastero che vivesse nella solitudine. Ma, istigata dal diavolo, una donna depravata che aveva inteso parlare di lui disse ad alcuni ragazzi: “Che cosa mi date perché faccia cadere il vostro anacoreta?”. Fissarono quello che le avrebbero dato. Ella partì dunque, la sera, e andò alla sua cella, fingendo di essersi smarrita. Bussò, l’anacoreta uscì e rimase turbato nel vederla. “Come sei venuta sino qui?”, le disse. “Mi sono perduta”, rispose ella piangendo. Il monaco, commosso, la fece entrare nel cortile; lui rientrò nella cella e vi si rinchiuse. Ma la sventurata si mise a gridare: “Padre, le bestie feroci stanno per divorarmi!”. Egli di nuovo si turbò e si disse, nel timore del giudizio di Dio: “Donde mi viene questa durezza?”. Aprì la porta e la fece entrare. Il diavolo si mise allora a trafiggergli il cuore con frecce e il nostro monaco capì che questo veniva dal demonio. “Le vie del nemico sono tenebre”, si disse egli, “ma il Figlio di Dio è luce”. Si levò dunque per accendere la lucerna, ma la passione lo divorava. “Ah!”, pensò, “quelli che fanno questo vanno al supplizio. Suvvia, prova! puoi sopportare il fuoco eterno?”. E mette un dito sulla fiamma, che lo brucia e lo consuma, ma egli non sente niente tanto è violento il fuoco del suo malvagio desiderio. Così fece sino al mattino; si bruciò tutte le dita. Quanto alla sciagurata, ella provò tanta paura nel veder ciò, che divenne come pietra. Nella mattinata, i giovani vennero dall’anacoreta e gli dissero: “E’ venuta ieri sera una donna?”. “Sì”, egli rispose, “ha dormito là”. Essi entrarono e la trovarono morta. “Padre”, gridarono, “è morta!”. Si tolse allora egli bruscamente il mantello e mostrò loro le mani: “Ecco che cosa ha fatto questa figlia del diavolo; mi ha fatto perdere tutte le dita”. Raccontò ciò che era accaduto e soggiunse: “Sta scritto: non renderai il male per il male”. Poi si mise a pregare e la risuscitò. La donna si convertì e da allora tenne una buona condotta.

Un anacoreta vide un demone che ne spingeva un altro perché andasse a tentare un monaco. Udì l’altro dire: “Non voglio, perché una volta l’ho svegliato ed egli si è alzato e mi ha bruciato coi suoi Salmi e le sue preghiere”.

Un monaco, vittima di un furto, diceva al ladro: “Fa’ presto, prima che arrivino i fratelli”.

Un fratello, andando ad attinger acqua al fiume, vi trovò una lavandaia e peccò con lei. Dopo il peccato, prese l’acqua e ritornò alla sua cella. I demoni gettarono il disordine nei suoi pensieri e lo torturarono dicendogli: “Dove conti di andare? Non c’è più salvezza per te. Perché recare più a lungo nocumento al mondo?”. Il fratello, comprendendo che volevano dannarlo completamente, disse ai suoi pensieri: “Da dove venite, voi, per turbarmi così e portarmi alla disperazione? Non ho peccato; ve lo ripeto: non ho peccato”. Rientrato nella sua cella, vi restò in pace come prima. Il Signore rivelò a un anziano del vicinato che questo fratello era caduto e aveva vinto. L’anziano andò a trovarlo e gli disse: “Come va?”. “Bene, Abba”, rispose. L’anziano gli disse: “Non hai avuto dispiaceri in questi giorni?”. “No”, gli rispose. L’anziano disse: “Il Signore mi ha rivelato che tu eri caduto e avevi vinto”. Allora il fratello gli raccontò tutto ciò che era successo. L’anziano gli disse: “In verità, fratello, il tuo discernimento ha infranto la potenza del nemico”.

Una monaca disse: “Molti di quelli che erano sulla montagna sono periti perché le loro azioni erano quelle del mondo. Meglio vivere con altri e condurre in ispirito vita solitaria che essere soli e vivere col cuore tra la folla”.

Due anziani vissero insieme molti anni e non litigarono mai. Uno disse all’altro: “E se una volta litigassimo, come fanno tutti?”. Il fratello rispose: “Non so come si fa”. L’altro disse: “Ecco, metto una pietra fra noi e dico: ‘E’ mia’, e tu devi dire: ‘No, è mia!’. E’ così che comincia una lite”. Posero dunque un sasso tra loro. Uno disse: “E’ mio”. E l’altro: “No, è mio”. Il primo rispose: “Va bene, è tuo; prendilo e vai”. Così si lasciarono senza essere riusciti a litigare.

Un anziano disse: “Non preoccuparti”.

(...) In seguito Zaccaria fu malato e vicino a morire. L’abate Mosè gli disse: “Non ti è apparso qualcosa?”. Egli rispose: “Sì”. L’abate Mosè gli disse: “Che cosa vedi?”. Zaccaria disse: “E’ veramente opportuno che parli?”. “No”, disse l’abate Mosè. E Zaccaria morì.

(vedere 'Detti e fatti dei padri del deserto' BUR a cura di Cristina Campo)

postato da: arcanonove alle ore 08:48 | link | commenti (6)
stanze: vuoto, altri mondi, le energie buone del tutto
lunedì, 06 novembre 2006

Chorégraphier le choeur

Oggi è depressione.

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Ieri notte si è concluso un intensissimo e prezioso lavoro con la coreografa Nicole Piazzon ed il coro Choeur En Scène.
Per dieci giorni, con un ritmo di 11 ore al giorno, ci siamo chiusi nel luminosissimo Studio Bagouet di Vitry ad esplorare interazioni tra movimento e canto, tra suono e spazio, in particolare in relazione al coro nella tragedia greca.

E' stato un tempo rubato ai binari dei ritmi quotidiani, tempo di ricerca e laboratorio, tempo in cui il tempo è altro, fermo, dilatato, potenza pura. Tempo presente.
Tempo di generosità e di ricerca di qualcosa di vero.

Ho scritto melodie che venivano cantate camminando, correndo, rallentate all'inverosimile fino alla stasi tenuta, o accelerate fino all'esplosione. O venivano dissolte gradualmente in atomi sonori, per trasformarsi in movimenti. Ho scritto accordi le cui voci si muovevano nello spazio a velocità diverse e si trasformavano in litanie recitate da file di persone. Ho sentito sfondi sonori pianissimo deformarsi attraverso i gesti di chi li cantava. Parole divenire prima rumori e poi mani. Gesti trasformarsi in percorsi e poi in frasi. Ho scritto cori polifonici che da sparsi e confusi raggiungevano un punto nello spazio ove, non si capisce come, diventavano una voce sola con un solo corpo.
Ho visto suoni e udito movimenti, giuro.

Soprattutto ho vissuto persone belle, in tutti i sensi, che mi hanno regalato perle vere. Che fortuna.

Oggi è il giorno dopo.