Ho finito il prologo.
Finalmente.
Sette-otto minuti.
Sono contento, sebbene sia in enorme ritardo rispetto alla mia tabella di marcia stilata ad inizio settembre. (di minuti ne mancano 50). Mi ero detto: quando finisci il prologo, ti potrai concedere finalmente la visita al Prado. Sinceramente non me la sento, meglio finire altro.
(Però magari l'immersione in Velasquez, Goya e amici potrebbe nutrirmi. E ovviamente: il trionfo della morte di Brueghel. Insomma, non oggi, ma prima o poi).
Mi piace quello che ho fatto, direi.
Semplice ma molto scritto, con i simboli al posto giusto.
Una processione di entrate che arriva ad una parete di suono, sul pezzo dei Radiohead 'sit down stand up'.
...the rain drops the rain drops...
concediamoci un gesto francese, poi un muro italiano

Comunque, qualche chiacchierata con gli insostituibili amici di penna mi ha messo assai pepe nel culo. I calcoli dicono:
un minuto di musica al giorno, se vuoi starci dentro coi tempi.
Boh, non ho voglia di preoccuparmi.
Però la condizione è di perenne tensione interiore, trovare un equilibrio continuamente tra il fare meglio e il fare presto. Forse è anche per questo che ieri mi è apparso un accenno di influenza, insomma ci vuole energia.
Ora devo immergermi nella parte 1:
Decompressed Cries.
Sto meditando la riduzione della scaletta dei pezzi rock. Temo sia tutto troppo lungo, troppo intenso.
Il pezzo dei Cure mi piace e si combina bene col disegno drammaturgico, ma non lo sento nelle busecche; quello di Fantazio mi lascia dubbi sulla coerenza col resto.
E poi: capire che corpo dare alle transizioni tra i pezzi rock, che storia nascosta fargli raccontare.
Decomprimiamo le grida.